Il VINO (Oinos)
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Cilento = Vino = Aglianico = Eleatico = Ombelico del mondo
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Plinio
Lo scrittore romano Plinio (I° sec. d.C.) classificò centonovantacinque vini elencandone le caratteristiche e mettendo al primo posto il Falerno rosso.
Tipi di vino nell'antica Roma
Vi erano quattro qualità di vino conosciute: albus (bianco), fulvus (biondo), sanguineus (rosso sanguigno), niger (nero).
Origine della parola Sommelier
Sembra che la parola sommelier abbia origine dall'abitudine dei soldati della sussistenza dell'esercito di Napoleone di legare (lier) le botti del generale su di un mulo da soma (somme) infatti "somme" più "lier" uguale a sommelier
Gli antenati dei Sommelier:
Ebe
Figlia di Giove e di Giunone, era la Dea della eterna giovinezza.
Aveva anche il compito mescere il nettare agli dei, ed era quindi considerata la la coppiera degli Dei. Secondo la leggenda Ebe, mentre stava versando agli dei la celeste bevanda, sarebbe caduta in modo poco conveniente perchè completamente ebbra per il troppo bevuto, e Giove suo padre l'avrebbe dispensata dal delicato ufficio, tanto più che da tempo aveva in animo di sostituirla col bellissimo Ganimede.
Ganimede
Era un bellissimo giovinetto di cui Giove (che evidentemente non disdegnava a giocare su tutte e due le sponde), si invaghì. Cogliendo al volo un incidente avvenuto ad Ebe, lo chiamò in cielo quale coppiere degli dei, sostituendolo ad Ebe che ne aveva prima l'ncarico.
Il Cerimoniere
Nell'antica Grecia era un personaggio importante, era la persona che, durante il simposio, fissava le proporzioni di acqua e di vino da mescolare nel cratere (il vino doveva essere mescolato all'acqua, anche perché quello utilizzato dai Greci presentava un'altissima gradazione alcolica). e quante coppe di vino doveva bere ciascun convitato.
Il Bottigliere
Come un moderno Sommelier, aveva il compito di "testare" il vino. Lo versava nella coppa, lo guardava controluce, lo faceva girare, lo annusava e poi ne prendeva un sorso. Ma, a differenza del Sommelier, il suo compito era quello di individuare la presenza di eventuali veleni nel vino, di evitare al suo "dominus" o al suo imperatore di essere avvelenato, come era consuetudine in quei secoli.
Eubolo
Eubolo, poeta ateniese del IV° secolo a.C. scriveva così:
Miscelo tre crateri solo per le persone ragionevoli
Il primo ad essere svuotato è per la salute
Il secondo è per l'amore ed il piacere
Il terzo è per dormire
Il quarto non è più per me, ma per l'eccesso
I Bicchieri da Vino
L'apprezzamento di un vino si esprime anche attraverso un corretto uso dei bicchieri, un insostituibile elemento che, unito a tutti gli altri, riesce a fare esprimere le qualità del vino
Il bicchiere è quel prezioso contenitore di vetro o cristallo che consente di apprezzare e valutare tutti gli aspetti organolettici di un vino, dal suo aspetto ai suoi aromi, oltre ad esaltare nel giusto modo il suo sapore. Ogni vino ha caratteristiche diverse da qualunque altro e ognuno, per potere esprimere il meglio di sé, ha bisogno sia di condizioni di servizio adeguate, come la temperatura, così come di adeguati bicchieri aventi forme e caratteristiche specifiche per la valorizzazione di specifici aspetti.
Caratteristiche
Bicchieri per il servizio del vino esistono in diverse forme e materiali, con caratteristiche diverse e, spesso, con inutili decorazioni estetiche che rendono sicuramente più gradevoli alla vista i bicchieri a scapito dell'apprezzamento del vino. Una delle caratteristiche fondamentali di un buon bicchiere è che deve consentire il giusto apprezzamento dell'aspetto del vino, pertanto deve essere assolutamente incolore, trasparente, senza decorazioni e sfaccettature.
Il bicchiere dovrà essere preferibilmente di cristallo, tuttavia è più che accettabile anche il mezzo cristallo e il vetro sonoro superiore. Per quanto siano attraenti e affascinanti, i bicchieri di cristallo, data la loro tipica fragilità, unitamente al loro alto costo, spesso vengono acquistati o regalati per essere lasciati a fare bella mostra nelle case degli appassionati di vino: il pensiero che questi possano rompersi, soprattutto durante il lavaggio, è una preoccupazione che hanno molte persone. Indipendentemente dal tipo di materiale con cui sono stati prodotti i bicchieri, cristallo o vetro superiore, è importante che il suo spessore sia piuttosto fine, possibilmente inferiore al millimetro. Uno spessore maggiore, oltre ad essere fastidioso per il tatto delle labbra, finirebbe anche per alterare la percezione di alcune sensazioni tattili.
I bicchieri da vino dovrebbero avere sempre la forma di calice, una base sufficientemente larga per mantenerli stabilmente in piedi, un lungo gambo e una forma del corpo tale da esaltare le diverse tipologie di vino. L'importanza della presenza di queste caratteristiche è essenziale in quanto consentono di apprezzare e di alterare il meno possibile il vino. Il lungo gambo evita, per esempio, che la mano si trovi in prossimità del corpo del bicchiere con il rischio di alterare la temperatura del vino oltre a trovarsi più vicina al naso e alterare la percezione degli aromi. Per questa ragione il bicchiere va sempre mantenuto per la base, al limite nella parte inferiore del gambo, mai per il corpo. Si ricorda, infine, che un bicchiere va riempito al massimo fino ad un terzo del suo volume.
Tipologie
Ogni vino ha caratteristiche organolettiche proprie e diverse da ogni altro, per questa ragione, ogni vino dovrebbe essere servito in un bicchiere adeguato e capace di valorizzare le sue caratteristiche. I bicchieri da vino sono disponibili in diverse forme e caratteristiche, spesso così “estreme” che certi produttori tendono a produrre forme e tipologie specifiche, non solo per determinati vini, ma anche per determinati vini fatti con certe uve o provenienti da specifiche zone. Se si dovesse seguire realmente tutto ciò che viene proposto dai produttori di bicchieri e dal mercato, ogni appassionato di vino avrebbe bisogno di un apposito locale solamente per la conservazione dei bicchieri, una condizione che, probabilmente, solamente in pochi si possono permettere. Si deve comunque riconoscere che la forma del bicchiere aiuta a valorizzare un vino e in genere è il risultato di studi e ricerche specifiche, sia sulla percezione organolettica degli aromi e dei sapori, sia su caratteristiche e condizioni fisiche che consentono di favorire la loro percezione. Le figure , , e riportano alcune delle forme di bicchieri da vino più comunemente utilizzate per il servizio. Questo non significa che ogni appassionato di vino che si rispetti debba possedere tutte questi tipi di bicchieri, la disponibilità di quattro o cinque tipi per le diverse tipologie di vino è più che sufficiente.
Bicchieri da vini rossi
Vini Rossi Giovani (Fig. .A) - Questo bicchiere è essenzialmente uguale a quello utilizzato per i vini bianchi corposi e maturi, di fatto si può utilizzare tranquillamente lo stesso bicchiere. Questo tipo di vino, con tannini, quando presenti, piuttosto aggressivi, deve stimolare principalmente le parti interne della bocca ed evitare, almeno nella fase iniziale di introduzione nella cavità orale, il contatto con le gengive che a causa dell'astringenza darebbero luogo ad una sensazione tattile poco piacevole. Il corpo del bicchiere dovrà essere inoltre largo in modo da consentire un'adeguata ossigenazione e sviluppo degli aromi. Vini Rossi Corposi o Maturi (Fig. .B) - Le considerazioni fatte per il bicchiere precedente sono valide anche per questo. Le differenze sono nell'altezza e nella larghezza del bicchiere, in questo caso maggiore, e nell'apertura più stretta che favorirà la concentrazione degli aromi complessi, frutto della maturazione del vino sia in bottiglia sia in botte, esaltandone la percezione al naso. Vini Rossi Corposi e Molto Maturi (Fig. .C) - La caratteristica di questi bicchieri data dalla loro grande dimensione, con corpo piuttosto ampio per consentire la giusta ossigenazione di vini rossi lungamente affinati in bottiglia e con tannini che hanno già assunto un carattere più morbido. La forma ampia di questo bicchiere consente inoltre di evitare, quando possibile, la decantazione del vino in quanto, data la sua ampiezza, consente un'adeguata ossigenazione del vino, sviluppando aromi complessi e terziari, che saranno ben concentrati nell'apertura più stretta. L'apertura è inoltre alta e diritta in modo da dirigere il vino inizialmente nella parte posteriore della bocca, esattamente per la stessa ragione degli altri bicchieri per vini rossi. Date le sue caratteristiche, questo bicchiere è da utilizzarsi per vini prodotti con uve piuttosto vigorose come il Sangiovese o il Cabernet Sauvignon. Vini Rossi Corposi e Molto Maturi (Fig. .D) - Questo bicchiere costituisce una variante del precedente e la differenza è da ricercarsi nella sua apertura che tende ad aprirsi. Questa caratteristica dirige il vino verso la punta della lingua, più sensibile alla dolcezza, ed è utile per tutti i vini che con il tempo esaltano la loro componente acida, come per esempio il Pinot Nero e il Nebbiolo.
Bicchieri da vini bianchi e rosè
Vini Bianchi Giovani e Freschi (Fig. .A) - La caratteristica principale di questo bicchiere è la forma della sua apertura che tende ad allargarsi rispetto al corpo. Quando il vino viene introdotto nella bocca, questa particolare forma dirige il liquido principalmente nella punta della lingua, più sensibile alla dolcezza, e quindi ai lati della lingua, più sensibili all'acidità. Questo bicchiere è inoltre adatto per i vini giovani e freschi che hanno inoltre un certo residuo zuccherino che deve essere valorizzato. La forma del calice consente inoltre di concentrare i profumi verso il naso e favorendo la percezione degli aromi delicati e fruttati dei vini giovani. Vini Bianchi Corposi e Maturi (Fig. .B) - Il corpo più largo con apertura maggiore, consentiranno una migliore percezione degli aromi complessi dei vini bianchi maturi. I vini bianchi maturi e strutturati saranno valorizzati in bocca grazie all'apertura diritta che dirigerà il vino nelle parti laterali e posteriori della lingua, per poi giungere, infine, alla punta e valutare quindi, in modo complessivo, la sua morbidezza. Vini Rosati Giovani e Freschi (Fig. .C) - In questo tipo di bicchiere valgono le stesse considerazioni fatte per il calice per vini bianchi giovani; l'apertura allargata consente di dirigere il vino sulla punta della lingua, più sensibile alla dolcezza, in modo da rendere il vino più equilibrato. Altra caratteristica di questo bicchiere è il corpo largo che consente un'adeguata ossigenazione del vino e quindi un corretto sviluppo degli aromi. Vini Rosati Corposi e Maturi (Fig. .D) - Per questo calice valgono le stesse considerazioni fatte per i vini bianchi corposi e maturi. La forma più larga del corpo favorisce un'adeguata ossigenazione del vino e lo sviluppo degli aromi.
Bicchieri per vini dolci o liquorosi
Vini Dolci e Passiti (Fig. .A) - Si tratta di un calice di piccole dimensioni con corpo ampio e apertura stretta in modo da favorire sia lo sviluppo degli aromi sia la loro concentrazione nel naso. La dimensione ridotta suggerisce il servizio di una quantità minore, com'è in genere abitudine per questi vini. L'apertura diritta consente al vino di essere diretto nella parte posteriore della cavità orale in modo da non esaltare eccessivamente la sua caratteristica dolce tanto da farlo apparire “stucchevole”.
Vini Liquorosi (Fig. .B) - A differenza del bicchiere precedente, l'altezza del corpo è maggiore e l'apertura è più accentuata, tuttavia la grandezza di questo bicchiere è piuttosto piccola. La maggiore altezza consente un maggiore sviluppo degli aromi complessi e intensi dei vini liquorosi, come per esempio il Marsala, lo Sherry (Jerez), il Porto e il Madeira. L'apertura accentuata lo rende particolarmente adatto per i vini liquorosi secchi in quanto il liquido sarà inizialmente diretto verso la punta della lingua, più sensibile alla dolcezza, in modo da contribuire maggiormente al suo equilibrio.
Bicchieri per Spumanti
Spumanti metodo “Charmat” (Fig. .A) - Questo bicchiere, detto mezza-flûte, ha il corpo stretto e lungo in modo da favorire lo sviluppo del perlage nei vini spumanti. La sua lunghezza minore rispetto alla flûte, lo rende adatto per i vini spumanti secchi prodotti con il metodo Charmat o Martinotti, in genere caratterizzati da un perlage meno raffinato e con bollicine più grandi. Il diametro molto stretto favorisce uno sviluppo lento e continuo dell'anidride carbonica consentendo, inoltre, una buona concentrazione dei profumi delicati verso il naso. Spumanti Metodo Classico (Fig. .B) - Questo bicchiere, detto flûte, ha un corpo stretto e lungo in modo da favorire e apprezzare lo sviluppo del raffinato perlage tipico degli spumanti prodotti con il metodo classico. Il suo diametro stretto favorisce inoltre la percezione degli aromi delicati e freschi, pertanto questo tipo di bicchiere è adatto per gli spumanti metodo classico giovani e non millesimati. Spumanti Metodo Classico Maturi e Millesimati (Fig. .C) - Si tratta di una flûte con la pancia più larga e apertura stretta, caratteristiche che consentono l'ossigenazione del vino e quindi il giusto sviluppo degli aromi complessi e terziari degli spumanti metodo classico millesimati e maturi, senza compromettere per questo lo sviluppo e l'apprezzamento del perlage. Spumanti Aromatici Dolci (Fig. .D) - Questo bicchiere, detto semplicemente coppa, è particolarmente indicato per gli spumanti aromatici e dolci, come per esempio l'Asti spumante. Data la notevole carica aromatica di questi vini, è più opportuno servirli in calici con aperture molto larghe, piuttosto che nella flûte, in modo da mitigare la prorompente aromaticità primaria dell'uva e lasciare spazio anche ad altri aromi. Questi spumanti, generalmente prodotti con metodo Charmat, non possiedono particolari qualità di raffinatezza nel perlage, quindi è un fattore che può essere trascurato. L'apertura del bicchiere, che tende leggermente a stringersi, consentirà al vino di essere diretto sulla punta della lingua e valorizzare la dolcezza del vino.
Cura e Manutenzione
I bicchieri, una volta lavati e asciugati, vanno mantenuti in posizione verticale al riparo da polvere e aromi intensi, è essenziale che il bicchiere, al momento del suo uso, non deve avere odori “estranei” ed essere pulito senza macchie, pelucchi o polvere. A tale proposito, e in caso di necessità, sarà opportuno pulirli con un canovaccio da cucina prima di disporli sul tavolo. Il lavaggio dei bicchieri può essere anche fatto in lavastoviglie, a patto che non si usino detergenti e saponi dagli odori molto forti e che siano ben risciacquati in modo da eliminare residui di sapone che comprometterebbero la valutazione visiva e olfattiva del vino. Particolare attenzione va inoltre fatta quando si lavano bicchieri di cristallo in lavastoviglie: assicurarsi che siano ben distanti l'un l'altro in modo da evitare qualsiasi contatto che possa romperli. La cosa migliore, se si desidera usare la lavastoviglie, sarebbe quella di non usare sapone, ma non tutte le circostanze, prevalentemente igieniche e nei locali pubblici, lo consentono. Il modo migliore di lavare i bicchieri rimane comunque il lavaggio a mano, con acqua calda e risciacquati con acqua fredda, prontamente asciugati con un canovaccio che non lasci pelucchi.
Da me gustati:
Raboso del Piave in antica villa Palladiana:
Il toscano “Galatrona” 2004 della Fattoria di
Il campano “Montevetrano”2004
Il vino e la geologia, così come la gastronomia e le tradizioni, sono da sempre accostamenti dovuti all'amore per la terra e alla passione del testare e del conoscere provando ed indagando. Ogni rilevamento geologico che abbia un senso è sempre accomunato ad un itinerario eno-gastronomico.
Ricordo ancora l'imbarazzo dei Professori quando, il giorno della laurea, teso e stanco esposi al posto della carta che doveva mostrare il rilevamento e l'ubicazione delle stazioni di prelievo di radon, l'itinerario eno-gastronomico da Urbino a Gubbio, da noi meglio definito come itinerario eno-gastronomico dello strato della Contessa ...
Ricordo anche la tesina di rilevamento geologico tra Affile ed Arcinazzo romano in cui, tra una frattura concoide di una marna ed un granulo di glauconite che testimoniava l'inizio dell'orogenesi, prendemmo d'assalto una trattoria dopo aver pasteggiato presso l'asilo nido di Affile ...
Da qui un contributo allo svago nella lettura del sito ...
Dizionario: che cos'è il vino
Ecco le principali forme delle bottiglie da vino.
BORDOLESE
In vetro piu' o meno pesante, è forse la forma di bottiglia piu' diffusa e versatile. E' originaria di Bordeaux (da qui il suo nome) e contiene sia vini bianchi che vini rossi. Nel primo caso è quasi sempre di vetro trasparente, nel secondo è prevalentemente verde scuro ma non mancano, soprattutto in Italia, bordolesi marroni. L'utilizzo del vetro trasparente per i vini bianchi è regola piuttosto deprecabile. Proprio i vini che avrebbero infatti maggior bisogno di protezione, vengono imbottigliati con vetro di colore trasparente che non filtra in alcun modo l'azione logorante della luce.
BORGOGNONA
Tipica della Borgogna, è adatta sia ai bianchi che ai rossi ed è largamente usata in tutto il mondo, soprattutto per gli Chardonnay e per i Pinot Nero. Il vetro è verde scuro o marrone per i rossi, color foglia morta o trasparente per i bianchi.
ALBEISA
Simile alla Borgognona è utilizzata in Piemonte soprattutto per i vini rossi. E' quasi sempre di colore marrone
RENANA
Originaria della zona del Reno, è bottiglia in vetro verde (per vini di Mosella e Alsazia) o marrone, ed è usata per i vini bianchi fruttati di Germania, Alsazia e di molte altre zone del mondo.
ANFORA
E' utilizzata soprattutto dai produttori marchigiani di Verdicchio. Il colore è generalmente verde.
FIASCO
Realizzati in vetro soffiato, sono rivestiti di paglia intrecciata a mano. Tipici della Toscana, sono stati per molti anni sinonimo di Chianti. La capienza di queste particolari bottiglie è di circa 2 litri.
SPUMANTE
Il vetro è scuro, pesante, spesso. Ha il fondo concavo e resiste alla pressione che lo spumante esercita al suo interno (fino a 6 atmosfere). La sua capacità standard è di 0,75 litri ma se ne realizzano anche di altri formati fino alla Nabuchodonosor della incredibile capacità di 20 litri ! E' quasi sempre di colore verde e, raramente, trasparente.
NOMI DELLE BOTTIGLIE IN BASE ALLA LORO DIMENSIONE
Quarto 20 cl o 18,5 cl - 1/4 di bottiglia
Media o Mezza 37,5 cl - 1/2 bottiglia
Bottiglia 75 cl - 1 bottiglia
Magnum 1,5 lt - 2 bottiglie
Jéoroboam 3 lt - 4 bottiglie
Réhoboam 4,5 lt - 6 bottiglie
Mathusalem 6 lt - 8 bottiglie
Salmanazar 9 lt - 12 bottiglie
Balthazar 12 lt - 16 bottiglie
Nabuchodonosor 15 lt - 20 bottiglie
Vino rosso antitumorale
Tra i partecipanti allo studio, è stato registrata una riduzione media del 2 per cento in meno nel rischio di cancro del polmone associata a ogni bicchiere di vino rosso consumato al mese
"Un componente antiossidante contenuto nella bevanda può essere di beneficio soprattutto per i fumatori”, ha spiegato Chun Chao, ricercatore del Kaiser Permanente Department of Research and Evaluation di Pasadena, in California, che ha condotto lo studio.
L'istituto oncologico Pascale di Napoli, ha individuato una sostanza che possiede delle proprietà che aiutano l'organismo a prevenire la formazione di tumori. Questa scoperta è particolare in quanto i ricercatori stanno cercando gli sponsor trai produttori degli alimenti che possiedono tale sostanza, in particolare fra quelli di vino.
Il resveratrolo, una sostanza che secondo i ricercatori potrà portare un grande aiuto nella lotta contro i tumori, è presente in alimenti come uva e arachidi, e mantiene le sue caratteristiche anche nel vino.
Da Wikipedia. Il vino è una bevanda alcolica fermentata, ottenuta esclusivamente dalla fermentazione (totale o parziale) del frutto della vite, l'uva (sia essa pigiata o meno), o del mosto.
Il termine "vino" ha origine dal verbo sanscrito vena ("amare"), da cui deriva anche il nome latinoVenus della dea Venere.
Dal termine latino vinum (si confronti il greco οἶνος), anche attraverso la rielaborazione delle lingue celte, ebbero luogo gli attuali:
- Wein in tedesco
- wijn in olandese
- vin in svedese e danese e rumeno
- wine in wine
- vino in spagnolo
- vinho in portoghese
- vin in francese
- вино (vino) in bulgaro
- Il vino si può ottenere da uve appartenenti alla specie vitis vinifera o provenienti da un incrocio tra questa specie e altre specie del genere vitis, come ad esempio la vitis labrusca, la vitis rupestris, ecc.; in Italia per la produzione di vino possono essere usate solo uve appartenenti alla specie Vitis vinifera.
La vite comune o vite euroasiatica (Vitis vinifer) un arbusto rampicante della famiglia Vitaceae.
È la vite sensu lato coltivata di maggior diffusione, attualmente presente in tutti i continenti ad eccezione dell'Antartide. In Europa è coltivata nelle regioni centrali e meridionali; in Asia nelle regioni occidentali (Anatolia, Caucaso, Medio Oriente) e in Cina; in Africa nelle regioni settentrionali e in Sudafrica; in Nordamerica in California, Messico e alcune aree circoscritte (Nuovo Messico, Stato di New York, Columbia britannica); in Sudamerica in Cile, Argentina, Uruguay e Brasile; in Oceania in Australia e Nuova Zelanda.
La vite più antica d'Europa è la Versoaln e si trova nella frazione di Prissiano nel comune di Tesimo in Alto Adige.
Versoaln è il nome con cui è comunemente chiamata la vite più vecchia e grande d'Europa. Si trova in Alto Adige, a Prissiano, frazione di Tesimo(Bz), nei pressi del ponte di pietra di Castel Katzenzungen. Il nome è una storpiatura di Versailles, probabile luogo di provenienza della pianta.
La leggenda vuole che sia stata piantata dagli ultimi Schlandersberg proprietari del castello, agli inizi del XV secolo. In realtà, ricerche condotte dall'università di Gottinga, hanno stabilito un'età approssimativa di 350 anni, che fa comunque di Versoaln la vite più vecchia d'Europa.
Ed è anche la vite più grande del continente: i suoi rami coprono circa 350 metri quadri. Dalla sua uva (ne produce 6-7 quintali l'anno) si produce un vino bianco che porta lo stesso nome della pianta, prodotto in 600-700 bottiglie numerate.
Usi medicinali della vite:
- Il decotto di foglie giovani raccolte da maggio ad agosto, ed essiccate al sole, ha proprietà astringenti per la presenza di tannino. Le foglie fresche per uso esterno sono curative delle malattie cutanee
- Il decotto di foglie per uso esterno serve per irrigazioni, impacchi e lavaggi
- I frutti raccolti quasi a maturazione hanno proprietà rinfrescante, disintossicante, diuretica, depurativa del sangue, idratante, vitaminica, energetica, contro l'acidosi, stimolante la digestione, lassativa e antireumatica
- Il succo deli acini d'uva filtrato, serve per uso esterno per curare pelli grinzose e come maschera di bellezza
- Il decotto di uva passa secca (uva sultanina, zibibbo, malaga, uva di Corinto) ha proprietà emollienti, bechiche ed espettoranti
- Il vino d'uva bevuto con moderazione ai pasti, ha un'azione diuretica, tonica, digestiva, antianemica
- L'uva ben matura consumata come frutta da mensa, viene utilizzata per la cura dell'uva o ampeloterapia nelle persone defedate, anziani e bambini, colpiti da varie malattie.
Fitoterapia: dai semi di Vitis vinifera varietà rubra vengono estratti dei particolari flavanoli denominati OPC che hanno dimostrato ampiamente attività antiossidante, antiradicali liberi, vasoprotettiva, antiflogistica, immunostimolante. Consigliabili, a giusta titolazione, soprattutto nell'insufficienza venosa e nella sindrome emorroidaria. (P.Campagna, 2008)
Recente è l'isolamento di un fenolo (stilbene) composito derivato dalle bucce e dai semi, il Resveratrolo, che sembra avere in natura proprietà protettive ed antimicotiche (antimuffa) nell'acino.
Per la salute umana il Resveratrolo ha presentato spiccate attività antinfiammatorie ed antinvecchiamento, risulta inoltre essere un potente antiossidante, (antiteratogeno), agisce come fluidificante del sangue ed ha una notevole attività a prevenire i trombi e, unica sostanza nota, a rimuovere attivamente le placche occludenti i vasi.
Il contenuto nell'uva (parte commestibile), è massimo principalmente nelle bucce. Il contenuto varia molto in funzione della varietà; nei derivati succhi e vino, è solo nelle parti che prevedono la macerazione delle bucce da cui è estratto. Data la concentrazione relativamente bassa nel vino è sconsigliato farne uso terapeutico in questo senso.
I derivati dal Resveratrolo sono prodotti farmaceutici.
Le leggende ed i racconti del vino:
Il Talmud e le raccolte di leggende ebraiche contengono molti episodi apocrifi della vita di Noè. Il più famoso riguarda l'inganno perpetrato ai danni del Patriarca dal diavolo, il quale gli insegnò a coltivare la vite e lo convinse a sacrificare nella vigna quattro animali: un agnello, un leone, un maiale e una scimmia. Da allora, racconta la leggenda, chi beve il vino si ubriaca e, man mano che ne beve, viene ad assumere i caratteri di questi quattro animali: l'arrendevolezza dell'agnello, la violenza del leone, il sudiciume del maiale, il comportamento assolutamente irragionevole della scimmia.
Titolo alcolometrico
Secondo la legge italiana - articolo 12 del Decreto Legislativo 27 gennaio 1992n. 109, la cosiddetta "legge alimenti" - per titolo alcolometrico (volumico effettivo) si intende
Il titolo alcolometrico è espresso dal simbolo % vol, preceduto dal numero c orrispondente che può comprendere un solo decimale.
L'espressione ha sostituito quella comunemente in uso di gradazione alcolica. Il termine gradazione alcolica derivava da uno dei primi metodi di misura che utilizzava i "gradi Gay-Lussac" (°GL), che definiva come 0 °GL un distillato di acqua pura e 100 °GL un distillato di alcool puro.
Curiosità sui vini da me consigliati
(bevuti negli anni durante l'attività lavorativa)
1- Raboso del Piave
INNO AL RABOSO PIAVE
Il tuo profumo m'inebria il cuore
Il tuo colore è dolce visione
Quando ti assaggio o Raboso del Piave
Io sento un'ebbrezza, che forte mi assale
Rit. Puro, genuino, cristallino sei tu
E volgi al ricordo di un tempo che fu.
O rosso regale, di rubino imperiale
Che tutti noi amiam.
O Terra mia, o fiume dolce amaro
ci avete donato Raboso del Piave
Profumo di storia, nostrana tradizione
Orgoglio e passione, mi sento un leone.
La Confraternita del Raboso Piave è nata il 27 dicembre 1996 e ha sede nel comune di Vazzola (TV), che è anche Città del Vino.
Quest'importante realtà si propone, innanzi tutto, di promuovere la conoscenza, la valorizzazione e la diffusione del vino Raboso Piave, quindi di conservare, sviluppare ed esaltare le migliori tradizioni legate a questo nobile vino e di favorire tutte le iniziative tese all'elevazione culturale dei Confratelli, promovendone l'educazione enogastronomica. La Confraternita, sostenuta dalla Provincia di Treviso e dalle altre Istituzioni del territorio, è impegnata a sviluppare gli studi finalizzati alla conoscenza e valorizzazione del vitigno Raboso Piave e del vino ottenuto con le sue uve.
LA BOTTIGLIA DELLA CONFRATERNITA: selezione 2007
Si è svolta sabato 14 aprile 2007, presso la Sala Degustazioni della Scuola Enologica "Cerletti" di Conegliano, la nona selezione annuale del "Raboso della Confraternita". Ossia la selezione mediante la quale una commissione composta da produttori, sommeliers e giornalisti enogastronomici sceglie, fin dal 1998, il vino che per un anno rappresenterà il Raboso della Confraternita. Bottiglia che simboleggia appunto la "Confraternita" che da una decina di anni lavora infaticabilmente alla rivalutazione e alla promozione dell'unico vitigno autoctono a bacca rossa della Marca Trevigiana.
La selezione 2007 ha eletto "Raboso della Confraternita" quello prodotto dall'azienda di Giorgio Cecchetto (di Tezze di Piave) della vendemmia 2003.
2-Nero D'Avola + Frappato = Cerasuolo di Vttoria
Il Cerasuolo di Vittoria è un vino DOCG la cui produzione è consentita nelle province di Caltanissetta, Catania e Ragusa. Si ottiene dal Nero D'Avola (detto anche Calabrese) e dal Frappato.
Cerasuolo di Vittoria DOCG Istituito con decreto del 13/09/2005 Gazzetta Ufficiale del 26/09/2005,
n 224
Il Cerasuolo di Vittoria della tipologia attuale nasce nel 1606, quando fu fondata la città di Vittoria: la sua fondatrice Vittoria Colonna Henriquez, infatti regalò in quell'anno ai primi 75 coloni, un ettaro di terreno a condizione che ne coltivassero un altro a vigneto. La vitivinicoltura si è sviluppata notevolmente nel corso dei secoli e ci sono numerose testimonianze storiche che parlano di quella zone: Nel 1777 il Sestini annota nelle sue "Memorie sui vini siciliani": «Il vino di Vittoria è ottimo, generoso e grato al palato, ma ha minori sbocchi commerciali perché si conserva per non più di 4/5 anni; su circa 600.000 barili che è la produzione di vino totale, circa la metà viene esportata e quasi per intero a Malta; le uve di cui si servono per formare una vigna sono i Frappati, i Calabresi, i Grossi neri, li Cataratti, le Visazzarre, li Guarnacci che tutte insieme producono un'ottima qualità di vino rosso; la vendemmia si pratica alli 15 del mese di settembre» E l'abate Paolo Balsamo, nel 1808 scriverà: "La campagna di Vittoria è di diecimila salme circa (230.000 Ha); è nella massima parte sabbiosa, calcarea; produce proporzionalmente poco di frumenti, orzi e legumi, molto olio, canape, carrube; e soprattutto vino il quale ha molto credito e si deve, a parer mio, riguardare come il migliore di quelli da pasto di tutta l'Isola….. non è composta quasi di altre viti che di grossonero, di calabrese (nero d'Avola) ed incomparabilmente più da frappato...".
3- Cesanese del Piglio
Istituito con decreto del 29/05/1973 Gazzetta Ufficiale del 22/08/1973, n 216.
Cesanese Comune (Nero ferrigno, Sanginella, Cesanese acino grosso)
DOC d’appartenenza: Castelli Romani, Cerveteri, Cesanese di Affile, Cesanese delPiglio, Cesanese di Olevano romano, Cori, Genazzano, Tarquinia e Velletri.
Descrizione: Le sue origini non sono note: Acerbi (1825), Di Rovasenda (1877)e Mengarini (1888), il primo a distinguere il ‘comune’ dell’Affile, lo portano come coltivato nella Campagna romana. Successivamente Mancini (1893),Prosperi (1939) e Dalmasso (1946) lo indicano come coltivato nei Castelli Romani. E’ coltivato nelle province di Roma e Frosinone.
Vitigno mediamente vigoroso che predilige terreni collinari e ben esposti, formedi allevamento di media espansione e potature medie o corte: in quota ed inzone poco esposte presenta difficoltà di maturazione. La produzione è abbondante e mediamente costante. Abbastanza sensibile alla crittogame, in particolare alla peronospora, soffrespesso di colatura del grappolo. Dà un vino di colore rosso rubino più o meno intenso di particolare profumo:sapore secco, spesso pastoso, discretamente tannico, gradevole e gustoso.
Cesanese di Affile(Cesanese del Piglio, Cesanese acino piccolo)
DOC d’appartenenza: Cesanese di Affile, Cesanese del Piglio, Cesanese di OlevanoRomano e Velletri.
Descrizione: Le origini non sono note: Mengarini (1888) per primo lo distingue dal ‘Comune’, successivamente Mancini (1893) e Prosperi (1939) lo indicano in provincia di Frosinone.Vitignomediamente vigoroso che predilige terreni collinari e ben esposti, formedi allevamento di media espansione e potature medie o corte. La produzione è media ed incostante. Generalmente sensibile alle malattie crittogamiche. Dà un vino di colore rosso rubino carico con profumo caratteristico, sapore vellutato piuttosto tannico, morbido, pastoso e gradevole.
4- Pompeiano Rosso
Avete, utres sumus: « Salute! Noi beviamo come otri », si legge su un
graffito sui muri di Pompei. Perché - diciamocelo - ai pompeiani piaceva
bere, e molto. E sapevano anche produrre un vino ottimo. Duemila anni fa le
pendici del Vesuvio, ma anche vasti terreni entro le mura della città, erano
ricoperte di viti. Tanto che il vino di Pompei si esortava in tutto il
Mediterraneo occidentale, ed era la fonte più attiva del commercio
pompeiano. Perché dunque non riportare in auge anche questa antica gloria
della città vesuviana? Ci hanno provato assieme il Laboratorio di ricerche
applicate della Soprintendenza di Pompei e l'Azienda vinicola
Mastroberardino. Dal 1996 ricercano e sperimentano. E ora è nato il prezioso
rosso «Villa dei Misteri»: solo 1721 bottiglie presentate e vendute all'asta
a Roma il 29 aprile scorso.
Col ricavato si restaurerà la cella vinaria del Foro Boario di Pompei, il
vigneto più ampio della città.
Ma il connubio tra archeologia e viticoltura è solo agli inizi. Si è
cominciato con ricerche ampelografiche e letture degli autori antichi per
individuare, tra i vitigni autoctoni della Campania, i possibili discendenti
di quelli coltivati un tempo alle pendici del Vesuvio. Dopo un primo
esperimento su otto vitigni, la scelta si è ristretta a due a frutto rosso,
Piedirosso (la Colombina purpurea degli antichi, dal peduncolo rosso) e
Sciascinoso (la Vitis oleagina dai grappoli simili a olive).
Intanto nella primavera del 2000 ha
piantato le viti di Piedirosso e Sciascinoso su un ettaro di terreno,
proprio dove la cenere ha conservato le impronte delle radici e dei pali di
sostegno di un tempo (rispettando così l'orientamento, le distanze tra le
piante e le disposizioni in filari). Ha usato tecniche di coltivazione
moderne, forse un po' troppo, ma con concessioni ai dettami di Plinio e
Columella. E nell'ottobre 2001 ha effettuato la prima vendemmia, ottenendo
10 quintali d'uva. Ha affinato il vino per 12 mesi in barrique e non negli
antichi dolia di terracotta, riproducendo però in laboratorio le medesime
temperature dei dolia interrati.
Infine, gli sforzi sono stati premiati: è nato un rosso dal colore rubino
intenso e dal forte profumo di spezie e frutti di bosco. Un vino «antico»,
prodotto dal connubio tra rigore filologico e sapienza enologica d'oggi. Un
vino, dunque, che si lascia bere volentieri, senza aggiungervi miele, spezie
o addirittura acqua di mare come faceva un tempo l'oste di Pompei.
5- Aglianico del Cilento
Da Plinio il Vecchio: " :"Insignes iam colore inter purpureas nigrasque helvolae saepius variantes et ob id varianae a quibusdam appellatae. Praefertur in iis nigrior; utraque alternis annis fertilis, sed melior vino cum parcior",
la cui traduzione è:" Famose ormai per il colore che varia assai spesso fra il rosso ed il nero le elvole, chiamate perciò da alcuni variane. Di esse è preferita la varietà più scura; ambedue abbondanti ad anni alterni, ma migliori per il vino quando il raccolto è più scarso".
Il vitigno aglianico sembra sia stato portato in Italia dai Greci al tempo della fondazione delle loro colonie (es. Cuma) nel 6° e 7° secolo a.C., nell'area che noi oggi chiamiamo Magna Grecia, con il nome di "Ellenicon" cioè originario della Grecia (vi è però un'altra ipotesi secondo la quale il nome di questo vitigno deriverebbe dal greco "aglianos": chiaro e agliaia splendente; vini quindi chiari e splendenti per distinguerlo da altri vini campani come Lacrima e Mangiaguerra, molto più scuri).
I Romani lo ribattezzarono poi "Vitis Ellenica" e ne incentivarono la coltivazione e la diffusione soprattutto in Campania, dove la vinificazione veniva fatta prevalentemente in bianco (si pensa sia il vitigno con cui i romani producevano il Falerno).
Parlando di Aglianico storia e leggenda si intrecciano con facilità: si dice infatti che dopo la battaglia di Canne (Puglia, 216 a.C.), durante la seconda guerra punica, i cartaginesi, al comando di Annibale, ripiegarono nell'attuale Basilicata per riposare e curare i feriti e che il rimedio per medicare lacerazioni e ferite altro non fosse che del buon vino Aglianico.
La conferma che la coltivazione di questo vitigno sia antichissima la abbiamo da una delle città più qualificate per la produzione di Aglianico: Barile (Aglianico del Vulture).
Questo borgo sorge su di un colle interamente traforato da grotte scavate nel tufo nelle quali sono state rinvenute, tra tanti reperti di epoca romana, anfore di terracotta dal collo lungo e largo, con manici verticali, usate dai romani per spedire il vino nella capitale.
Altre testimonianze dell'antichità di questo vitigno sono costituite dai resti di un torchio di epoca imperiale ritrovati nella zona di Rionero in Vulture e da una moneta bronzea raffigurante l'agreste divinità di Dionisio, il cui culto fu poi ricondotto a quello di Bacco, coniata nella zona di Venosa nel quarto secolo a.C.
È un vitigno antichissimo, probabilmente originario della Grecia e introdotto in Italia intorno al VII-VI secolo a.C. La sua lunga storia è anche certificata da resti di un Torchio di epoca romana ritrovati nella zona di Rionero in Vulture. Non ci sono certezze sulle origini del nome, che potrebbero risalire all'antica città di Elea (Eleanico), sulla costa tirrenica nel Cilento, o essere più semplicemente una storpiatura della parola Ellenico. Testimonianze storico-letterarie sulla presenza di questo vitigno si trovano in Orazio, che cantò le qualità della sua terra natia Venosa e del suo ottimo vino. Il nome originario (Elleanico o Ellenico) divenne Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia l pronunciata gli nell'uso fonetico spagnolo.
Un'altra zona di produzione dell'Aglianico è la provincia di Benevento, in particolare alle pendici del monte Taburno. Senza dimenticare la provincia di Avellino dove è il vitigno fondamentale per la produzione del prestigioso Taurasi, importante DOCG rosso del Sud Italia.
La storia del vino "Taurasi" è descritta nel capitolo " vini e vigneti" di Giovanni Borea-Volume VIII della Storia Illustrata di Avellino e dell'Irpinia-Sellino e Barra Editore 1996.
6- Kratos (Uva: fiano) e Kleos (Uva: aglianico e piedirosso.)
Sede a Castellabate, contrada Cenito. Tel e fax 0974.966345. maffini@costacilento.it. Enologo: Luigi Maffini con i consigli di Luigi Moio. Ettari: 9 di proprietà e 2 in affitto. Bottiglie prodotte: 80.000. Vitigni: aglianico, piedirosso, barbera, fiano.
7- Incrocio Manzoni
Incrocio ottenuto dal prof. Luigi Manzoni presso la scuola enologica di Conegliano.
L'incrocio è tra RIesling Renano e Pinot Bianco.
Presenta grappoli piccoli, corti e tozzi. Gli acini, medio piccoli, sferoidi, hanno buccia consistente, dal colore giallo verdognolo e buccia molto pruinosa.
Si vendemmia verso la fine di settembre, ha media produttività e normale vigoria.
11- Prosecco di Conegliano Valdobbiadene
La viticoltura nelle colline di Conegliano-Valdobbiadene è molto antica tanto che il lavoro dell’uomo ha scolpito, nei secoli, i versanti più soleggiati dei colli.
Il Prosecco è presente in queste colline da più di due secoli.
A partire dal XIX secolo, con la fondazione a Conegliano della Scuola di Viticoltura ed Enologia e della Stazione Sperimentale per la Viticoltura, gli studi sul prosecco si sono molto sviluppati, promuovendone la diffusione in tutta l’area.
L’origine di questo vitigno è misteriosa; per alcuni era addirittura già conosciuto ai tempi dell’Impero Romano con il nome di Pucino, da cui si otteneva un vino particolarmente apprezzato dall’imperatrice Livia Augusta.
Quel che è certo è che da oltre due secoli questo vitigno ha trovato nelle colline di Conegliano-Valdobbiadene l’habitat ideale di coltivazione, dove si sono diffusi diversi biotipi di cui uno ancora oggi coltivato, opera di una selezione fatta nella seconda metà del secolo scorso dal conte Balbi Valier: il Prosecco Balbi.
A questa selezione, la prima di cui si abbia notizia, è seguito negli ultimi 30 anni un grande lavoro dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura, finalizzato alla salvaguardia della tipicità di un prodotto che deve adattarsi alle diverse condizioni presenti nelle colline di Conegliano-Valdobbiadene.
Il Prosecco è rustico e vigoroso, con tralci color nocciola e grappoli piuttosto grandi, lunghi, spargoli ed alati, con acini di un bel giallo dorato immersi nel verde brillante delle grandi foglie.
Ma quali vitigni concorrono alla produzione del Prosecco di Conegliano–Valdobbiaddene spumante conosciuto e apprezzato in tutto il mondo?
Il Prosecco è il vitigno che garantisce la struttura base al vino di Conegliano-Valdobbiadene, ma Verdiso, Perera e Bianchetta, vitigni considerati minori utilizzabili per un massimo del 15% nella produzione del Prosecco DOC, possono, in alcune annate ed in alcune zone, contribuire con le loro specificità a mantenere l’equilibrio organolettico del vino.
Il Verdiso è coltivato nella zona di Conegliano dal 1700; nel XIX secolo era già molto diffuso, superando per produzione ogni altro vitigno della zona. Viene oggi impiegato nella vinificazione del Prosecco per aumentarne l’acidità e la sapidità ed equilibrare la componente acida nelle annate calde.
La Perera, varietà citata come coltivata nella Provincia di Treviso già nel XIX secolo, era utilizzata in piccole percentuali nella vinificazione del Prosecco, soprattutto nella zona di Valdobbiadene, per aumentarne il profumo e l’aroma.
Il nome è dovuto forse al gusto particolare (di pera appunto) della polpa o, più probabilmente, alla forma dell’acino simile ad una pera rovesciata.
La Bianchetta, citata fin dal ’500 e da alcuni autori e ritenuta originaria del Trevigiano, è utilizzata per “ingentilire” il Prosecco soprattutto nelle annate fredde poichè matura prima: per questo è coltivata spesso nelle zone più alte e difficili insieme al Verdiso.
Per l'elenco delle aziende da contattare:
Da sapere:
Dégorgement è un termine francese che significa “sboccatura”. Nella produzione di spumanti metodo classico, la sboccatura viene effettuata dopo la periodica rotazione e inclinazione delle bottiglie poste sulla pupitre (remuage) per eliminare il deposito formatosi nella bottiglia durante la presa di spuma. Il collo delle bottiglie capovolte viene immerso in una soluzione congelante (méthode à la glace) che provoca il congelamento di ca. 2 cm di vino e forma un ghiacciolo. Togliendo il tappo provvisorio la pressione interna espelle il ghiacciolo che incorpora le fecce.
Dosaggio - È la fase sucessiva al “dégorgement“. La bottiglia viene rincalzata con un particolare sciroppo di vino e zucchero (sciroppo di dosaggio), che determinerà le caratteristiche dello spumante. A seconda della miscela utilizzata, lo spumante prodotto rientra in una delle seguenti categorie:
Extra Brut, zuccheri compresi tra 0 e 6 grammi/litro
Brut, zuccheri inferiori a 15 grammi/litro
Extra Dry, zuccheri compresi tra 12 e 20 grammi/litro
Dry o sec, zuccheri compresi tra 17 e 35 grammi/litro
Demi-sec, zuccheri compresi tra 33 e 50 grammi/litro
Doux, zuccheri superiori a 50 grammi/litro
Il Prosecco è un vitigno a bacca bianca che prende il nome da una omonima frazione della città di Trieste. Da esso si ricavano gli omonimi vini bianchi, per lo più spumante o frizzanti, con il loro caratteristico retrogusto leggermente amarognolo.
A Col San Martino in primavera ha luogo la più caratteristica e antica mostra del prosecco.
Le tipologie di Prosecco sono il Tranquillo, il Frizzante e lo Spumante.Il metodo di spumantizzazione piu' usato é lo Charmat (Metodo Martinotti) da cui si ottengono le versioni Brut, Extra Dry e Dry in base alla concentrazione di zucchero residuo dopo la fermentazione in autoclave.
Disciplinare di produzione del Prosecco doc
TESTO DISCIPLINARE IN VIGORE DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DEI VINI DELLA DENOMINAZIONE DI ORIGINE CONTROLLATA “CONEGLIANO-VALDOBBIADENE”
Art.1
Denominazioni e vini
La denominazione d’origine controllata
"Conegliano-Valdobbiadene" o più
semplicemente "Conegliano" o
"Valdobbiadene", è riservata al vino che
risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti
nel presente disciplinare di produzione.
La denominazione sopra citata può essere
integrata dalle specificazioni frizzante e
spumante.
Ai vini suddetti, nei limiti ed alle condizioni
stabilite nel presente disciplinare, è altresì
riservata la seguente sottozona: Superiore di
Cartizze.
Art. 2
Base ampelografica
Il vino "Conegliano- Valdobbiadene" deve
essere ottenuto dalle uve del vitigno Prosecco;
possono concorrere fino ad un massimo del
15% le uve bianche ed i relativi vini delle
seguenti varietà, utilizzate da sole o
congiuntamente: Verdiso, Bianchetta, Perera e
Prosecco Lungo.
Art. 3
Zona di produzione delle uve
La zona di produzione delle uve atte alla
produzione del vino "Conegliano-
Valdobbiadene", comprende il territorio
collinare dei comuni di: Conegliano -
S.Vendemiano - Colle Umberto - Vittorio
Veneto - Tarzo - Cison di Valmarino - Follina -
Miane - Valdobbiadene - Vidor - Farra di
Soligo - Pieve di Soligo - S.Pietro di Feletto -
Refrontolo - Susegana.
In particolare tale zona è così delimitata: si
prende come punto di partenza per la
descrizione dei confini la località Fornace (q.
176), a tre chilometri circa da Valdobbiadene
verso ovest, dove il confine di questo comune
incontra la strada Valdobbiadene-Segusino.
Da questo punto il confine sale insieme a
quello del comune verso nord e toccando monte
Pianar (q. 442) giunge a monte Perlo (q. 610);
quivi si stacca per procedere verso est. Toccata
casa Simonetto il confine attraversa il rio Ron
per arrivare alla località Croce (q. 474); passa
successivamente sotto le casere S.Maria -
Zoppè - Geronazzo, fino a monte Castello (q.
569). Dal monte Castello, per le casere Bortolin
ed Oltrin esso entra nel borgo di Val di Guietta.
Dal borgo di Val il confine, costeggiando a 100
metri la strada che porta a Combai, raggiunge
la piazza di detto paese.
Quivi, seguendo la
strada che porta alla chiesa, raggiunge la casera
Duel; poi, percorrendo il crinale della collina,
attraversa la strada Miane - Campea, risale per
monte Tenade e, sempre seguendo il crinale del
colle, raggiunge località Tre Ponti sulla strada
Follina - Pieve di Soligo. Attraversata la strada,
il confine risale sulla collina Croda di Suel e
percorrendo il crinale passa a monte della
chiesetta di S.Lucia a q. 356 a monte di "Zuel
di là" ed a monte di Resera; il confine segue
quindi la strada Resera - Tarzo fino
all'inserimento con la Revine - Tarzo.
Dal suddetto bivio il confine, sempre seguendo
tale strada, raggiunge Tarzo e quindi Corbanese
fino all'incrocio con la strada Refrontolo -
Cozzuolo, in località Ponte Maset.
Segue quindi il confine tra il comune di Tarzo e Vittorio
Veneto fino a raggiungere la strada vicinale
detta "dei Piai" e delle Perdonanze, segue detta
strada fino all'incrocio di questa col rio Cervada,
scende lungo il Cervada fino al punto
di incrocio con la strada Cozzuolo - Vittorio
Veneto, prosegue verso questa città fino
all'incrocio con la strada che da Conegliano
conduce al centro di Vittorio Veneto, scende
quindi verso Conegliano fino a S. Giacomo di
Veglia e di qui si dirige verso S.Martino di
Colle Umberto. Dopo borgo Campion gira a
destra per la strada comunale di S.Martino e
raggiunge Colle Umberto per scendere sulla
statale n. 51 (detta anche di Alemagna) , al
casello n. 5 e di qui prosegue verso Conegliano.
Al bivio Gai superato l'incrocio con la
Pontebbana o statale 13 segue la nuova
circonvallazione della città di Conegliano per
inserirsi sulla stessa statale 13 in località
Ferrera.
Da tale inserimento il confine raggiunge
Susegana per deviare subito dopo il paese verso
ovest lungo la strada che porta a Colfosco,
chiamata anche strada della Barca.
Da Colfosco, seguendo la strada "Mercatelli", il
confine procede fino al bivio per Falzè per
piegare e raggiungere Pieve di Soligo lungo la
vecchia strada (Ponte Priula - Pieve di Soligo e
che fa capo a Via Chisini).
Attraversato il centro urbano, il confine,
seguendo la via Schiratti, giunge a Soligo per
deviare a sinistra e continuare lungo la strada
maestra Soligo - Ponte di Vidor, attraversando
Farra di Soligo, Col S.Martino, Colbertaldo,
Vidor, giunge a Ponte di Vidor, lasciandolo a
sinistra per giungere a Bigolino. Dopo Bigolino
il confine lascia la strada che porta a
Valdobbiadene per raggiungere, deviando a
sinistra e seguendo la strada comunale della
centrale ENEL, la borgata di Villanova fino
all'attraversamento del torrente la Roggia.
Segue detto torrente fino al terrazzo alluvionale
che si erge bruscamente sul Piave, corre il
bordo del terrazzo per risalire sulla strada
Valdobbiadene - Segusino, in corrispondenza
della chiesetta di S.Giovanni dopo S. Vito; da
qui, percorrendo la strada maestra
Valdobbiadene - Segusino, tocca di nuovo la
località Fornace chiudendo così il perimetro
della zona delimitata
Il vino " Conegliano- Valdobbiadene" ottenuto
da uve raccolte nel territorio della frazione di
S.Pietro di Barbozza, denominato Cartizze, del
Comune di Valdobbiadene, ha diritto alla sottospecificazione "Superiore di Cartizze".
Tale sottozona è così delimitata:
si prende come punto di partenza il Ponte sulla
Teva ad ovest di Soprapiana sulla strada
comunale Piovine – Soprapiana, fra casa
C.Boret (q. 184) e Soprapiana (q. 197). Da
questo punto il confine sale verso nord
seguendo il fiume Teva fino alla confluenza
con il fosso delle Zente che segue fino alla
confluenza con il fosso di Piagar; segue ancora
il fosso di Piagar fino al punto di
congiungimento dei mappali nn. 63.71 (comune
di S.Pietro di Barbozza, sez. B., Foglio VII).
Dal punto di congiunzione dei suddetti mappali
il confine corre tra i mappali nn. 547 e 735,
taglia il mappa nn. 540 e 543, seguendo la
stessa direzione dell'ultimo tratto di divisione
tra i mappali nn. 547 e 735 fino a raggiungere il
limite nord del mappale n. 542 fino all'incrocio
con la strada comunale dei Vettorazzi.
Il confine percorre verso nord la strada
anzidetta, indi al primo incrocio (fontana del
bicio) segue la strada vicinale dei Menegazzi
fino al punto d’intersecazione della strada con
il crinale del M. Vettoraz; corre lungo il crinale
della collina, passa a monte della casa Miotto e
raggiunge la strada vicinale della Tresiese (tre
siepi).
Il confine prosegue lungo la strada ora citata
fino a raggiungere la strada vicinale dei Monti,
la percorre e alla prima curva (mappale n. III
del comune di S.Pietro di Barbozza, sez. b.,
Foglio X) sale per costeggiare a monte il
terreno vitato, quindi discende nuovamente
sulla strada dei Monti nei pressi del capitello.
Il confine percorre la strada fino all'incrocio
con quella comunale di Piander, scende lungo
la strada vicinale dello Strett e prosegue nella
stessa direzione per raggiungere la strada
Saccol- Follo ad est della casa Agostinetto
Sergio; scende per cal de Sciap e raggiunge il
torrente Valle della Rivetta (rio Borgo).
Il confine si accompagna al torrente fino al limite
di divisione dei mappali nn. 149 - 151 del
Comune di Valdobbiadene, Sez. B., Foglio XI,
proseguendo a nord tra i mappali nn. 149 - 151,
nn. 148 – 151 attraversa la strada vicinale del
Campione, passa tra i mappali numeri 178 -
184, 179 – 184, 179 - 167, 179 – 182, 181 - 185
e raggiunge il fosso delle Teveselle,
comprendendo nella zona Col Zancher e Pra Ospitale; corre tra i mappali 21 - 65 del Comune di S.Pietro di Barbozza, Sez. B.,
Foglio XIII, indi numeri 22 – 67, nn. 66 – 67,
attraversa la strada dei Bisoi (fordera) e
raggiunge la strada comunale del Cavalier tra i
mappali nn. 24 - 28, per congiungersi,
proseguendo lungo la strada, con il punto di
partenza (ponte sulla Teva).
Art. 4
Norme per la viticoltura
4.1 – Condizioni naturali dell’ambiente.
Le condizioni ambientali e di coltura dei
vigneti destinati alla produzione del vino
"Conegliano-Valdobbiadene", devono essere
quelle tradizionali della zona e, in ogni caso,
atte a conferire alle uve ed al vino derivato le
specifiche caratteristiche di qualità.
Sono pertanto da considerare idonei, ai fini
dell'iscrizione all'albo, soltanto i vigneti ben
esposti ubicati su terreni collinari con
esclusione dei vigneti di fondovalle, di quelli
esposti a tramontana e di quelli di bassa
pianura.
4.2 – Densità d’impianto.
I nuovi impianti e reimpianti messi a dimora
dopo la approvazione del presente disciplinare
di produzione, devono avere una densità
minima di 2.000 ceppi per ettaro in coltura
specializzata.
4.3 – Forme di allevamento.
I sesti d’impianto e le forme di allevamento
consentiti sono quelli già in uso nella zona, a
spalliera semplice o doppia. Sono vietate le
forme di allevamento espanse (tipo raggi).
La Regione può consentire diverse forme di
allevamento, qualora siano tali da migliorare la
gestione dei vigneti senza determinare effetti
negativi sulle caratteristiche delle uve.
4.4 – Sistemi di potatura.
Con riferimento ai suddetti sistemi di
allevamento della vite, la potatura deve essere quella tradizionale e, comunque i vigneti
devono essere governati in modo da non
modificare le caratteristiche dell’uva, del mosto
e del vino.
4.5 – Irrigazione e forzatura.
E’ vietata ogni pratica di forzatura.
E’ consentita l’irrigazione di soccorso.
4.6 – Resa a ettaro e gradazione minima
naturale.
La produzione massima di uva a ettaro e la
gradazione minima naturale sono le seguenti:
“Conegliano-Valdobbiadene”, produzione uva
t 12; Titolo alcolometrico volumico 9.5 % Vol.
Per il “Conegliano-Valdobbiadene” destinato
alla produzione dello spumante e del frizzante,
la resa uva ettaro è di t 12; titolo
alcolometrico volumico 9.0 % Vol.
Per la sottozona:
“Superiore di Cartizze”, produzione uva t 12;
titolo alcolometrico volumico 10.0 % Vol.
Per il “Superiore di Cartizze” destinato alla
produzione dello spumante e del frizzante, la
resa uva ettaro t 12; titolo alcolometrico
volumico 9.5 % Vol.
A detti limiti, anche in annate eccezionalmente
favorevoli, la resa dovrà essere riportata nei
limiti di cui sopra purché la produzione non
superi del 20% i limiti medesimi.
La Regione Veneto, per richiesta motivata delle
categorie interessate e previo parere espresso
dal comitato tecnico consultivo per la
vitivinicoltura di cui alla legge regionale n.
55/1985, con proprio provvedimento da
emanarsi ogni anno nel periodo
immediatamente precedente la vendemmia, può
stabilire di ridurre i quantitativi di uva per
ettaro ammessi alla certificazione, anche con
riferimento a singole zone geografiche, rispetto
a quelli sopra fissati, dandone immediata
comunicazione al Ministero delle politiche
agricole, alimentari e forestali - Comitato
nazionale per la tutela e la valorizzazione delle
denominazioni di origine e delle indicazioni
geografiche tipiche dei vini.
Per i vigneti in coltura promiscua la produzione
massima di uva a ettaro deve essere rapportata
alla superficie effettivamente impegnata dalla
vite.
Art. 5
Norme per la vinificazione
Le operazioni di vinificazione devono essere
effettuate all'interno della zona di produzione
delimitata nell'art. 3.
Tuttavia, tenuto conto delle situazioni
tradizionali di produzione, è consentito che tali
operazioni siano effettuate nell'intero territorio
dei comuni, anche se compresi soltanto in parte
nella zona delimitata.
Per quanto riguarda la sottozona “Superiore di
Cartizze”, le operazioni di vinificazione devono
essere effettuate entro il territorio del Comune
di Valdobbiadene.
Nella vinificazione sono ammesse soltanto le
pratiche enologiche leali e costanti, tradizionali
della zona atte a conferire ai vini le
caratteristiche peculiari.
5.2 – Elaborazione
Le operazioni di preparazione del vino
spumante e frizzante, ossia le pratiche
enologiche per la presa di spuma e per la
stabilizzazione, la dolcificazione nelle tipologie
ove ammessa, nonché le operazioni di
imbottigliamento e di confezionamento, devono
essere effettuate nel territorio della provincia di
Treviso.
Il vino a denominazione di origine controllata
“Conegliano-Valdobbiadene” elaborato nella
versione spumante, può essere messo in
commercio in tutte le tipologie ammesse dalla
normativa vigente con esclusione dei tipi
“extra-brut” e “dolce”.
E' in facoltà del Ministero Ministero delle
politiche agricole, alimentari e forestali -
Comitato nazionale per la tutela e la
valorizzazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche tipiche dei vini di
consentire che le suddette operazioni di
preparazione siano effettuate in stabilimenti
situati nella provincia di Venezia, a condizione
che in detti stabilimenti le ditte interessate
producano - da almeno 10 anni prima
dell'entrata in vigore del decreto del Presidente
della Repubblica 12 luglio 1963, n.930 - i vini
spumanti e frizzanti, utilizzando come vino
base il "Conegliano-Valdobbiadene“, reso
spumante o frizzante con i metodi tradizionali
in uso nel territorio previsto nel comma
precedente.
5.3 – Pratiche tradizionali.
Nella elaborazione del vino frizzante e
spumante di cui all’art. 1 è consentita la
tradizionale pratica correttiva con vini ottenuti
dalla vinificazione di uve Pinot bianco, Pinot
grigio, Pinot nero e Chardonnay, da sole e
congiuntamente, in quantità non superiore al
15%, provenienti dalla zona delimitata nel
precedente art. 3 ed a condizione che il vigneto,
dal quale provengono le uve di Prosecco usate
nella vinificazione, sia coltivato in purezza
varietale e, comunque, che la presenza di uve
della varietà minori, di cui all’art. 2, sommata a
quelle dei Pinot e Chardonnay, non superi la
percentuale del 15% sopra indicata.
A parziale deroga di quanto previsto nel
precedente comma, è consentito per i vini
spumanti, anche l’impiego di vini ottenuti dalle
varietà sopra citate provenienti da zone diverse
da quella delimitata al precedente art. 3, purché
la percentuale massima di tali prodotti non
superi il 10% del volume totale del prodotto
oggetto della correzione.
Per il prodotto tranquillo, il vino aggiunto con
l'esecuzione di tale tradizionale pratica
correttiva dovrà, comunque, sempre sostituire
un'eguale aliquota di vino di cui all'art. 1, che
potrà essere preso in carico come vino da
tavola.
5. 4 – Resa uva/vino e vino/ettaro.
La resa massima di uva in vino non deve
essere superiore al 70% per tutte le tipologie;
per la tipologia spumante essa deve intendersi
al netto della presa di spuma. Qualora la resa
uva/vino superi i limiti di cui sopra, ma non il
75%, anche se la produzione ad ettaro resta al
di sotto del massimo consentito, l’eccedenza
non ha diritto alla denominazione d’origine.
Oltre detto limite decade il diritto alla
denominazione d’origine controllata per tutta la
partita.
Art. 6
Caratteristiche al consumo
Il vino "Conegliano-Valdobbiadene" di cui
all’art. 1 all'atto dell'immissione al consumo,
deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
a) colore: giallo paglierino più o meno intenso;
odore: vinoso, caratteristico con profumo
leggero di fruttato particolarmente nei tipi
amabili e dolci.
Sapore: gradevolmente amarognolo e non
molto di corpo nel tipo secco, fruttato nei tipi
amabili e dolci.
Titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,5 % vol.
Acidità totale minima: 5 g/l;
Estratto secco netto minimo: 15 g/l;
b) Frizzante: colore: giallo paglierino più o
meno intenso, brillante, con evidente sviluppo
di bollicine.
Odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: secco o amabile, frizzante, fruttato;
titolo alcolometrico complessivo minimo: 10,5% vol.;
Acidità totale minima: 5 g/l;
Estratto secco netto minimo: 15 g/l.
Nel tipo prodotto tradizionalmente per
fermentazione in bottiglia, è possibile la
presenza di una velatura. In tal caso è
obbligatorio riportare in etichetta la dicitura
"fermentato in bottiglia e conservato sui
lieviti".
c) Spumante: colore: giallo paglierino più o
meno intenso brillante, con spuma persistente;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato; sapore: secco o amabile o dolce, di corpo,
gradevolmente fruttato, caratteristico;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11 % vol.
Acidità totale minima: 5 g/l
Estratto secco netto minimo: 15 g/l
Sottozona “Superiore di Cartizze”:
a) colore: giallo paglierino più o meno intenso;
odore: vinoso, caratteristico con profumo
leggero, fruttato, particolarmente nei tipi
amabili;
sapore: gradevolmente amarognolo e non molto
di corpo nel tipo secco, amabile o dolce e
fruttato nei tipi amabili dolci.
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11 % vol.
Acidità totale minima: 5 g/l;
Estratto secco netto minimo: 15 g/l.
b) "Frizzante": colore: giallo paglierino più o
meno intenso, brillante, con evidente sviluppo
di bollicine;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: secco o amabile, frizzante, fruttato;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,0 % vol.;
acidità totale 5 g/l;
Estratto secco netto minimo: 15 g/l.
Nel tipo prodotto tradizionalmente per
fermentazione in bottiglia, e' possibile la
presenza di una velatura. In tal caso e'
obbligatorio riportare in etichetta la dicitura
"fermentato in bottiglia e conservato sui
lieviti".
c) "Spumante": colore: giallo paglierino più o
meno intenso, brillante, con spuma persistente;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: secco o amabile o dolce, di corpo,
gradevolmente fruttato, caratteristico;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,5 % vol.;
acidità totale: 5 g/l;
Estratto secco netto minimo: 15 g/l.
E' in facoltà del Ministero per le agricole,
alimentari e forestali modificare, con proprio
decreto, i limiti dell’acidità totale e dell’estratto
secco.
Art.7
Etichettatura designazione e presentazione
Nella designazione e presentazione il vino
“Conegliano-Valdobbiadene” dovrà riportare in
etichetta, in tutte le tipologie, la dizione
tradizionale: “Prosecco di Conegliano-
Valdobbiadene” o più semplicemente
“Prosecco di Conegliano” o “Prosecco di
Valdobbiadene”.
La tipologia spumante, potrà altresì essere
designata in etichetta con il solo nome della
denominazione: “Conegliano-Valdobbiadene”
o più semplicemente ”Conegliano” o
“Valdobbiadene”, seguita o meno dal nome di
vitigno.
7.1 – Qualificazioni.
Nella etichettatura designazione e
presentazione dei vini di cui all’art.1 è vietata
l'aggiunta di qualsiasi qualificazione diversa da
quelle previste nel presente disciplinare, ivi
compresi gli aggettivi "extra", "fine", "scelto",
"selezionato", e simili.
E' tuttavia consentito l'uso di indicazioni che
facciano riferimento a località geografiche,
nomi, ragioni sociali, marchi privati, non aventi
significato laudativo e non idonei a trarre in
inganno l'acquirente.
7.2 – Menzioni facoltative.
Sono consentite le menzioni facoltative previste
dalle norme comunitarie, oltre alle menzioni
tradizionali, purché pertinenti ai vini di cui
all’art.1.
7.3 – Località.
Il riferimento alle indicazioni geografiche o
toponomastiche di unità amministrative, o
frazioni, aree, zone, località, dalle quali
provengono le uve, è consentito soltanto in
conformità al disposto del DM 22 aprile 1992.
Art. 8
Confezionamento
Il vino a Denominazione di Origine Controllata
"Conegliano-Valdobbiadene" o più
semplicemente “Conegliano” o
“Valdobbiadene”, deve essere immesso al
consumo come previsto dalle norme nazionali e
comunitarie, nei recipienti in vetro tradizionali
per la zona.
Il vino a Denominazione di Origine Controllata
"Conegliano-Valdobbiadene" o più
semplicemente “Conegliano” o
“Valdobbiadene” può essere confezionato a
norma del decreto ministeriale 25 settembre
1965, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale
numero 248 del 2 ottobre 1965.
8.1 Volumi nominali, forma e colore
Il vino a Denominazione di Origine Controllata
"Conegliano-Valdobbiadene" può essere
presentato al consumo in recipienti di vetro di
qualunque capienza prevista per legge.
Fino a 5 litri sono tuttavia ammesse solo le
tradizionali bottiglie in vetro, per colore e
forma tradizionalmente usate nella zona, la cui gamma colorimetrica può variare dalle tonalità
del bianco, al giallo, al verde, al marrone, al
grigio-nero di varia intensità.
8.2 Chiusure
Per i vini tranquilli sono consentite le chiusure
con tappo raso bocca in sughero o altri
materiali innovativi.
Per i frizzanti è consentito l’uso delle chiusure
sopra menzionate o del tappo fungo in sughero.
Per lo spumante è consentito l’uso del tappo
fungo in sughero, marchiato con il nome della
denominazione; per i recipienti di capacità non
superiore a 0,200 litri si può utilizzare il tappo
a vite con sovratappo a fungo in plastica.